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I racconti della buona notte
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Autore Messaggio
rinoceronte caparbio
Moderatore


Età: 35
Segno zodiacale: Ariete
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Messaggi: 3919

MessaggioInviato: Martedì 09 Marzo 2010, 03:10    Oggetto: Rispondi citando

akela_xx ha scritto:
In effetti si, ma non mi pare così importante la cosa.. tutti nei sacchi a pelo a nanna.. un attimo di silenzio, ula ula cantato dai VVLL.. un'attimo di silenzio.. e poi un VL legge il racconto della buonanotte.. è anche bello addormentarsi mentre qualcuno ti legge una favola..
bho......secondo me è preferibile che l'ula ula sia l'ultima cosa...
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Marm



Età: 39
Segno zodiacale: Sagittario
Registrato: 15/02/10 15:36
Messaggi: 984
Residenza: Veneto

MessaggioInviato: Martedì 09 Marzo 2010, 13:57    Oggetto: Rispondi citando

rinoceronte caparbio ha scritto:
bho......secondo me è preferibile che l'ula ula sia l'ultima cosa...

Concordo, ma mi sembra una questione molto marginale.
Le parole dell' ula ula suggeriscono che il branco sia già pronto a far la nanna mentre viene cantata. Fare qualcos'altro dopo ne rende un po' falso il testo ("...il branco dorme già...").

Ma in fondo sia con il racconto che che con l'ula ula i lupi devono restare bene in silenzio. Un "Buona Notte" dopo l'ula ula può essere molto peggio...
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akela_xx



Età: 35
Segno zodiacale: Pesci
Registrato: 13/11/07 21:26
Messaggi: 802
Residenza: Genova

MessaggioInviato: Mercoledì 10 Marzo 2010, 00:13    Oggetto: Rispondi citando

il "buona notte" assolutamente no... rovina la magia del momento..
il racconto invece ha un qualcosa di magico.. è come se per un pò ci si riproiettasse nel gioco..
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Marm



Età: 39
Segno zodiacale: Sagittario
Registrato: 15/02/10 15:36
Messaggi: 984
Residenza: Veneto

MessaggioInviato: Mercoledì 10 Marzo 2010, 01:06    Oggetto: Rispondi citando

akela_xx ha scritto:
il "buona notte" assolutamente no... rovina la magia del momento..

Rovina il momento? No, no.. è molto peggio...
Era un evento di zona con il cda di circa una decina di branchi. Un totale di 70-80 lupetti ospitati in una palestra.
E' il momento di metterli a nanna, imponiamo il silenzio e quando sono finalmente tranquilli cantiamo l'ula ula.
A un vecchio lupo viene la malsana idea di dire "Buona notte". Quel che ne segue è la più tipica delle reazioni a catena e il "buona notte" rimbalza di lupetto in lupetto. Nel giro di 30 secondi la voglia di dormire è passata a tutti...
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elfo





Registrato: 05/03/07 11:40
Messaggi: 1399

MessaggioInviato: Mercoledì 10 Marzo 2010, 03:22    Oggetto: Rispondi citando

Marm ha scritto:

A un vecchio lupo viene la malsana idea di dire "Buona notte". Quel che ne segue è la più tipica delle reazioni a catena e il "buona notte" rimbalza di lupetto in lupetto. Nel giro di 30 secondi la voglia di dormire è passata a tutti...


Immagino... da noi invece Akela termina l'Ula Ula proprio dicendo "Buona notte", ma non ci si aspetta una risposta.

Comunque basta devastarli con le attività durante il giorno e la voglia di dormire non passa... questo vale anche per gli R/S (penso alla nostra scorsa Route estiva...) Very Happy
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paciock87



Età: 33
Segno zodiacale: Ariete
Registrato: 07/05/06 21:36
Messaggi: 1435
Residenza: Romano

MessaggioInviato: Sabato 13 Marzo 2010, 23:57    Oggetto: Rispondi citando

Sentry ha scritto:
paciock87 ha scritto:
Perfette per addormentarsi...

Hihi... chissà se agli autori piacerebbe sentirselo dire Razz leggendo la tua frase mi è venuto in mente "insomma, sono una barba"
(anche se credo di aver capito quello che intendevi)


Invece scommetto il contrario... Molte favole sono pensare per essere della "Buonanotte"...

rinoceronte caparbio ha scritto:
al di là di quello, mi chiedevo perchè dopo l'ula ula: dovrebbe essere la ninna nanna (quindi ultima cosa) che si dice ai lupi...


L'ula ula è per tutti e la favola è per chi rimane sveglio... Nel senso che per i miei vale la regola di elfo:

Citazione:
Comunque basta devastarli con le attività durante il giorno e la voglia di dormire non passa..


In molti non mi arrivano neanche alla fine dell'Ula-ula, se gli leggo la favola l'ula ula rimane per pochi eletti... E siccome la Favola è un plus e l'Ula Ula è un must, faccio prima il canto e poi il racconto... La favola è il "colpo di grazia", per essere sicuro che tutti mi dormono...

Marm ha scritto:
paciock87 ha scritto:
Io sono fan delle storie di Rodari e Piumini... Perfette per addormentarsi...

Rodari non i ha mai affascinato... e in effetti temevo di dover interpretare la tua frase come Sentry Very Happy
Comunque mi sto documentando.

Piumini non lo conosco...

Ma se conosci qualche racconto/favola/storia in particolare che merita di esser letta... Grazie e Very Happy


Piumini è uno degli autori dell'Albero Azzurro... La bibliografia è infinita... Ti posso dire che io conservo gelosamente Storie dell'Orizzonte, ci sono parecchie favole molto belle...
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Marm



Età: 39
Segno zodiacale: Sagittario
Registrato: 15/02/10 15:36
Messaggi: 984
Residenza: Veneto

MessaggioInviato: Lunedì 02 Agosto 2010, 21:33    Oggetto: Rispondi citando

Aggiungo qualche racconto alla collezione, giusto quelli provati durante le mie ultime VDB...

Nota: lo so, ho un caratteraccio... questi racconti si trovano nella versione originale in diverse pagine web, apprezzati per la loro bellezza. Io però ho sentito comunque il bisogno di modificarli, accorciando (il primo), allungando (il secondo) o modificando completamente il finale (l'ultimo).




E' arrivato un mostro!
(Versione brutalmente adattata dall'omonimo racconto di Bruno Ferrero, Nuove storie)

Il paese di Dolceacqua era il più sereno e pacifico della terra. Come scrivono nei loro libri gli scrittori, era un paesino davvero "ridente". Tutto procedeva bene finché una notte blu, per le vie deserte, si sentì uno strano "toc toc, toc toc, toc toc...", accompagnato da un ansimare cupo e raschiante. Solo qualche coraggioso si affacciò alla finestra.
Un bisbigliare concitato cominciò a rincorrersi dietro le persiane.
"E' un forestiero".
"Un gigante...".
"Mamma mia, quant'è brutto!".
Lo sconosciuto camminava curvo sotto il peso di un grosso sacco. Ogni tanto era costretto a fermarsi per soffiarsi il naso: doveva avere un terribile raffreddore. Ecco perché ansimava e tossiva come un vecchio mantice sforacchiato.
C'era, al fondo del paese, a due passi dal bosco, una profonda caverna nera. Il mostro, non trovando niente di meglio, ci si installò.
Nell'osteria del paese si riunirono il giorno dopo tutti, anche le nonne, le mamme e i bambini.
"Io l'ho visto bene e da vicino: è terribile".
"L'ho guardato negli occhi: fanno paura".
"Sputa fiamme dalle narici!".
"E' il diavolo" disse una nonna.
"E' un orco mangia-uomini... poveri noi!", singhiozzò una vecchietta.
"Io l'ho visto da vicino vicino" disse Simone, un ragazzetto di dodici anni.
"Anch'io, ero con lui", gli fece eco la sorellina Liliana, “ma non faceva paura, è solo un po' diverso da noi".
Ma non li stettero a sentire, sbirciavano in su, verso il bosco. Dove si intravedeva la gran bocca nera della caverna in cui era andato ad abitare il mostro.
Proprio in quel momento, ingigantito dall'eco della caverna, si udì un tremendo, roboante starnuto.
"E' il mostro! Aiuto!", e strillando a più non posso tutti scapparono in casa e chiusero a tripla mandata tutte le serrature che trovarono.
Nei giorni seguenti, a Dolceacqua, la vita riprese normalmente. Quasi tutti si erano dimenticati del mostro, che, a onor del vero, non dava fastidio a nessuno. Solo, ogni tanto, si udiva un rumore terribile. La gente diceva; "Tò, il mostro starnuta, S'è di nuovo raffreddato", e tornavano alle loro occupazioni.
Un giorno un camion carico di mattoni passò troppo velocemente su una buca della strada e perse due mattoni. Tommaso, un ragazzino che passava di là, si fermo e ne raccolse uno. Samuele, un suo amico che usciva dalla scuola, dove si era fermato a finire i compiti, lo vide. "Ehi, Tom! Che cosa vuoi fare con quel mattone?".
"Ho voglia di andare a tirarlo sulla testa del mostro che abita la caverna nera. Non abbiamo bisogno di mostri in questo paese".
Samuele raccolse l'altro mattone: "E' vero, non abbiamo bisogno di quel mostro, qui. Aspettami, Tom, vengo con te".
Un contadino appoggiato alla staccionata del suo prato li vide passare: "Dove andate?".
Tommaso spiegò: "Andiamo a buttare questi mattoni sulla testa del mostro che abita lassù, nella caverna nera".
Il contadino disse: "Per me non avrete il coraggio. E poi, come farete a far uscire il mostro dalla caverna? E' sempre rintanato dentro e lo si sente solo starnutire qualche volta".
"Griderò: 'Vieni fuori, mostro!'. Dovrà ben uscire", dichiarò Tommaso.
Il contadino borbottò: "Aspettate un attimo, ho un mattone che mi serve a tener aperta la porta; lo prendo e vengo con voi. Non abbiamo bisogno di mostri qui".
"Dove andate?" chiese la signora Zucchini quando li vide.
"Andiamo a gettare questi mattoni sulla testa del mostro che abita nella caverna nera" rispose Tommaso.
Piano piano si formò una lunga coda di gente con un mattone in mano. Chiudeva la fila il maestro con tutti i bambini della scuola. Il sindaco ordinò che tutti gli abitanti di Dolceacqua prendessero un mattone dal vicino cantiere e si mettessero in marcia per tirarlo sulla testa del mostro che abitava nella caverna nera.
Proprio quel giorno, il mostro aveva deciso di pigrottare un po' di più a letto e di terminare il suo libro preferito, facendo colazione con succo d'arancia e due uova al tegamino.
Improvvisamente sentì un rumore di passi e il vociare di persone che si avvicinavano e pensò: "Finalmente una visita! E' tanto tempo che sono solo!".
Saltò giù dal letto, si mise una camicia pulita e la cravatta, si lavò ben bene anche dietro le orecchie e si pulì i denti con spazzolino e dentifricio. Poi aprì la porta e uscì, salutando tutti con un gran sorriso. Tutti gli abitanti di Dolceacqua si fermarono impietriti: Tommaso, Samuele, il contadino, la signora Zucchini e i suoi sette figli, i vicini, il sindaco, il maestro e i bambini della scuola. Sembravano delle belle statuine.
Il mostro sorrise ancora e li invitò: "Entrate, entrate. Ho appena fatto il caffè". Tutti i suoi denti brillavano, ne aveva tanti e molto appuntiti. Il mostro insisteva: "Entrate, per piacere, sono così contento di vedervi!".
Ma nessuno di loro capì le sue parole. Terrorizzati dalla sua figura, lasciarono cadere i mattoni e se la diedero a gambe, correndo a più non posso.
Nella confusione la piccola Liliana si prese una brutta storta alla caviglia, ma nessuno senti il suo lamento. Erano tutti troppo occupati a fuggire.
Così il mostro si trovò, un po' imbarazzato, a contemplare un mucchio di mattoni e una bambina con i lacrimoni perché aveva male alla caviglia. Corse in casa e prese la valigetta del pronto soccorso e in quattro e quattr'otto fasciò la caviglia con cura e asciugò le lacrime della bambina.
Intanto gli abitanti erano arrivati ansimanti nella piazza centrale. Non ebbero tempo di riprendere fiato. Una voce gridò: "Il mostro ha preso Liliana!".
"Se la mangerà" strillò la signora Zucchini. Ma nessuno riusciva a muoversi.
Un coraggioso finalmente si mise in marcia, ben deciso a liberare la piccola Liliana. Avrebbe affrontato il mostro e non si sarebbe fatto intimorire questa volta, ma quando arrivò, ciò che vide lo lasciò senza fiato: il mostro e Liliana giocavano a dama, ridendo, scherzando e bevendo una cioccolata calda dal profumo delizioso. Ne prese anche lui un paio di tazze.
“Un'altra visita, che giorno fortunato!", disse il mostro. "Meno male, volevo ringraziarvi dello splendido regalo. La caverna è umida e malsana e perciò sono sempre raffreddato. Con i mattoni che mi avete portato mi costruirò una bella casetta. Grazie, davvero, di cuore".
Nei giorni seguenti tutti quanti salirono fino alla caverna per fare conversazione, il mostro era davvero simpatico e ciascuno non se andava senza averlo aiutato a costruire almeno un pezzo della sua nuova casa. In poco tempo fu pronta e da quella nuova casa non si udirono mai i terribili starnuti, ma soltanto le risate della gente che vi andava a trascorrere qualche lieta serata.



Fortezze ma non di pietra
(Testo originale di Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole)

C'era una volta un sovrano potente. Sapeva che il numero dei giorni che gli restavano come re diminuiva inesorabilmente. Prima o poi anche per lui sarebbe arrivata l'ora di andare in pensione. Ma che cosa sarebbe diventato il suo bel impero, quando sarebbe stato costretto ad abbandonarlo con tutti i nemici che lo circondavano da ogni lato? Che avrebbe potuto fare il giovane principe, quel figlio troppo giovane e inesperto che il sovrano aveva avuto, ahimè, in tarda età? Dove poteva rifugiarsi? Chi lo avrebbe protetto? Chi lo avrebbe aiutato se ve ne fosse stato bisogno? Questi pensieri tormentavano il vecchio re, tanto che un giorno disse al principe: «Figlio mio, io non regnerò più per molto tempo e ignoro ciò che accadrà dopo. Ci sono molti nemici intorno al trono. Ho tanta paura per l'impero che ho costruito e anche per te. Sarei tranquillo se sapessi che hai rifugi sicuri in questo paese, che ti proteggano in caso di pericolo. Per questo ti consiglio di andare per il regno e di costruire queste fortezze in tutti gli angoli possibili, per tutti i confini del paese». Obbediente, il giovane si mise immediatamente in cammino. Percorse tutto il Paese portando con se i migliori costruttori che fosse possibile trovare, vagò per monti e per valli, scegliendo con cura i luoghi più inaccessibili e dove trovava il posto conveniente, faceva costruire grandi fortezze, solide e imponenti.
Le fortezze sorsero nelle profondità delle foreste, nelle valli più nascoste, sulla sommità delle colline, nei deserti, in riva ai fiumi e sui fianchi delle montagne. Ci volle tempo, ma alla fine nessun altro paese poteva vantare fortezze altrettanto ben costruite e sicure.
Quando fu soddisfatto e sicuro di aver fatto quanto di meglio fosse possibile, il giovane ritornò nel palazzo del re suo padre. Stanco, dimagrito, ma soddisfatto d'aver portato a termine il compito, corse a presentarsi da lui.
«Ebbene, figlio mio, com'è andata? Hai fatto ciò che io ti avevo detto?" gli domandò il re.
«Sì, padre», rispose il principe. «In tutto il paese si innalzano fortezze imprendibili: nei deserti, sulle montagne, nel profondo delle foreste». Passò quasi un'ora a narrare lo spessore dei muri, l'ingegnosità degli ingressi, a mostrare mappe di luoghi che il vecchio re non aveva neppure mai visto o sentito, ma il vecchio re, il più potente che la storia abbia mai conosciuto, invece di congratularsi con il figlio per tutti i suoi sforzi, scuoteva la testa come in preda ad un forte dispiacere.
«Non è questo, figlio mio, che avevo in mente io. Devi tornare indietro e ricominciare», disse. «Le fortezze che tu hai costruito non ti proteggeranno assolutamente in caso di pericolo: tu sarai solo e non per quei muri e quelle pietre potrai sfuggire alle imboscate e alle trappole dei tuoi nemici. Tu devi costruirti dei rifugi nel cuore delle persone oneste e buone. Devi cercare queste persone, e guadagnarti la loro amicizia: soltanto allora saprai dove rifugiarti nei momenti difficili. Là dove un uomo ha un amico sincero, là trova un tetto sotto cui ripararsi».
Il principe si rimise in cammino. Non più per i deserti, i dirupi, le foreste selvagge, ma per andare verso la gente, tra loro, per costruire dei rifugi come immaginava suo padre, il vecchio re pieno di saggezza.
Si unì a una carovana di mercanti, senza che nessuno potesse sospettare chi fosse. Non aveva con se nessuna scorta, nessuna carrozza decorata con oro e intarsi preziosi. A volte viaggiava a cavallo, a volte a dorso di cammello. Altre volte ancora a dorso di mulo, ma molto più spesso a piedi. Conquistò dapprima l'amicizia dei suoi compagni di viaggio, poi incontrò genti di ogni provenienza che imparò a conoscere e ad apprezzare, si spostò di paese in paese sforzandosi di lasciare un buon ricordo in chiunque egli avesse la fortuna di incontrare e arrivò sin nel cuore delle grandi città.
Alla fine questo secondo viaggio fu ben più difficile e faticoso del primo, ma tutti questi sforzi e queste fatiche, il principe non li rimpianse mai.
Perché, quando il vecchio sovrano gli cedette il trono, poté farlo serenamente, il principe non aveva più nessun nemico da temere.



La strada che non andava da nessuna parte
(Testo originale di Gianni Rodari)

All’uscita del paese si dividevano tre strade: una andava verso il mare, la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perché lo aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva ricevuto la stessa risposta: "Quella strada lì? Non va in nessun posto. E’ inutile camminarci"
"E fin dove arriva?" "Non arriva da nessuna parte" "Ma allora perché l’hanno fatta?" "Non l’ha fatta nessuno, è sempre stata lì" "Ma nessuno è mai andato a vedere?" "Sei una bella testa dura: se ti diciamo che non c’è niente da vedere..." "Non potete saperlo se non ci siete mai stati".
Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo Martino-Testadura, ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto. Quando fu abbastanza grande, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce e ben presto cominciarono i boschi. Cammina cammina la strada non finiva mai, a Martino dolevano i piedi e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane. Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani, poi si avviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello e a un balcone una bellissima signora che salutava con la mano. Spinse il cancello, attraversò il parco e sulla porta trovò la bellissima signora. Era bella, vestita come una principessa e in più era allegra e rideva: "Allora non ci hai creduto" "A che cosa?" "Alla storia della strada che non andava da nessuna parte" "Era troppo stupida e secondo me ci sono più posti che strade" "Certo, basta aver voglia di muoversi. Ora vieni ti farò vedere il castello:" C’erano più di cento saloni zeppi di tesori. C’erano diamanti, pietre preziose, oro, argento e ad ogni momento la bella signora diceva: "Prendi, prendi quello che vuoi... Ti presterò un carretto per portare il peso." Martino non si fece pregare e ripartì col carretto pieno. A cassetta sedeva il cane che era ammaestrato, e sapeva reggere le briglie e abbaiare ai cavalli quando sonnecchiavano ed uscivano di strada. In paese, dove l’avevano già dato per morto, Martino fu accolto con grande sorpresa. Scaricato il tesoro il carro ripartì. Martino fece tanti regali a tutti e dovette raccontare cento volte la sua storia. Ogni volta che finiva qualcuno correva a casa a prendere cavallo e carretto e si precipitava giù per la strada che non andava da nessuna parte. E ogni volta ritornava indietro da un posto sempre diverso. A volte il viaggio di ritorno era ben più difficile del viaggio di andata per la quantità di oggetti che finivano sul carretto, altre volte invece il bottino appariva un po' più misero, ma da quel primo viaggio tutti avevano trovato un tesoro che non aveva nulla di paragonabile.
In verità, la strada che per loro un tempo finiva senza portare da nessuna parte, riservava invece ogni volta un viaggio diverso, una destinazione imprevedibile, ogni volta non potevano sapere quale sorpresa avrebbero trovato, così che non c'era proprio modo di stancarsi nel percorrerla.
Ma come si sa, ci sarà sempre qualcuno che trova un qualche motivo per lamentarsi, e c'è da dire che a questi non si potevano dare neppure tutti torti: trovar prima il coraggio di arrivare in fondo a quella strada sarebbe stato ancor meglio.
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